Forse ci siamo, forse siamo arrivati al capolinea.
Tra poco lo sapremo.
Sul periodo che ora andremo a esaminare non c’è molto da scrivere e penso dunque di potermela cavare in fretta.
Abbiamo visto come le più famose racchette pordenonesi se ne sono andate in “diaspora” alla fine degli anni 90 ,vedasi puntata precedente, chi dal 92-93, chi dopo, andando a prestare i propri stimati servizi pongistici presso altre società.
Invece contemporaneamente una sparuta pattuglia di pongisti autoctoni iniziava a a vivere un periodo piuttosto cupo che potremmo definire vegetativo ma anche carbonaro. Ma andiamo con ordine e facciamo un passo indietro.
L’ultima stagione della San Marco ad alti livelli abbiamo detto che fu quella con il campionato di B1 1995/96 con Val, Saltarini e Antonelli.
La stagione 1996/97 vede Val e Antonelli a Treviso in maglia Duomofolgore.
Non ho riferimenti precisi, in quanto come vi ho già detto io in quel periodo ho soggiornato in un eremo tra le concerie maleodoranti vicentine e per qualche anno non ho seguito le vicende della società.
Posso però immaginare che Renato Borin abbia continuato a fare una onesta serie D con i giovani, tra cui il figlio Stefano, e le seconde linee sia nella stagione 1996/97 che in quella successiva 1997/98 dove c’è stata la ricomparsa ma solo in quella stagione di Gigi e Gianni Antonelli.
Le stagioni 1998-1999, 1999-2000 e 2000-2001 invece vedono , salvo errore, un completo black out della San Marco nei campionati a squadre.
La società è sempre stata affiliata e probabilmente qualche carbonaro in questo periodo ha fatto attività disputando tornei FITeT o forse CSI ma, ripeto, non ho riferimenti precisi.
Renato ogni tanto, quando tornavo a casa, mi ragguagliava sulle vicende societarie che, come abbiamo visto, non erano proprio esaltanti.
Un episodio che mi rattristò parecchio fu la perdita della Ex Fiera, la nostra sede storica. La prima sala presso la Ex Fiera risale al 1975.
Come narrato nei primi amarcord, questa fu una conquista di Gino Zanelli grazie all’amicizia con il vicesindaco dell’epoca, quel Santin che fece edificare l’omonimo albergo presso il quartiere delle Grazie (vicino al celebre circolo Endas dove la pallina finiva spesso sulle pizze) e il grattacielo di Piazza Risorgimento.
Ebbene dal 1975 in poi l’Ex Fiera fu il nostro palcoscenico, il nostro punto di ritrovo, il nostro punto di unità e identità; nel tempo occupammo prima una saletta sotto le tribune a destra del campo principale dove ci stavano a malapena tre tavoli, poi in seguito una sala a sinistra, più bella e ampia dove ci stavano anche sei tavoli.
Nel frattempo i campionati si svolgevano nella palestra detta “piccola” che però non era proprio piccola ed era anche bella; questa fu il teatro ad esempio di quel campionato di serie D che nella primavera del 1984 grazie ai punti di Piero Fratacchioli e Alberto Vianello (sul 4-4) sul goriziano Carli in forza al Grado (che si martoriava ad ogni colpo perso la coscia con la racchetta) ci lanciò verso i nostri dodici campionati di alto livello.
E poi naturalmente la palestra centrale che vide le nostre più belle e importanti battaglie, tra cui i due anni in A1 e il famoso incontro di Coppa ETTU con i tedeschi di Grenzau guidati da Andrzej Grubba.
Diciamo pure che la Ex Fiera è stata per oltre un ventennio la patria della San Marco.
Avevo già avuto modo di dirvi come i rapporti con il Comune di Pordenone non erano mai stati idilliaci.
Il problema era dato anche dal fatto che quella sala era ambita anche da molte altre società di altri sport che nel tempo fecero enormi pressioni per averla al posto nostro. Finchè ci furono Presidenti Gino Zanelli prima e Sergio Chiarotto poi riuscimmo con disinvoltura a mantenere intatto il nostro prezioso insediamento.
Ma dopo Chiarotto iniziarono i guai.
Mettiamo anche nel conto che le fatture che il Comune ci mandava per l’utilizzo della sala erano ogni anno più pesanti, e che per quanto ricordo ci chiesero anche di sottoscrivere una convenzione-capestro con la quale dovevamo sottostare a tutta una serie di pesanti obblighi tra cui il rilascio di una fidejussione bancaria.
E dunque, morale della favola, ad un certo momento (forse nel corso del 1997) la coppia Val-Borin si arrese e si fece “sfrattare” consegnando la sala al Comune che la girò immediatamente a una società di arti marziali che la occupa tuttora; i residui pongisti carbonari della San Marco con i loro tavoli, transenne e segnapunti in spalla furono così condannati al destino della strada.
Chi erano i carbonari-esuli della San Marco? Sicuramente c’era Renato con il figlio Stefano, almeno fino a quando entrambi non hanno deciso di emigrare a Treviso.
Probabilmente c’erano anche Oscar Dal Fabbro e Paolo Della Libera ora alfieri della San Giorgio, ma non potrei giurarlo.
Sicuramente c’era il compianto Scaramuzza che ricordo anche allenatore in occasione dei punti verdi estivi.
Sicuramente c’erano parecchi altri carbonari che andavano e venivano nei posti più disparati; probabilmente riscoprirono l’oratorio Don Bosco e la Casa dello Studente con la sua vecchia sala dal soffitto bassissimo, che nonostante gli anni è sempre rimasta al suo posto.
Nel tempo ci furono altre occasioni per ridare una sede alla San Marco.
Ricordo che forse nel 1998 , nel pieno del mio esilio, mi chiamarono per andare a vedere una bella palestra nuova al Don Bosco, ma dovemmo rinunciare perché l’avido prete voleva una somma inavvicinabile.
Ricordo anche una riunione estiva che tenemmo presso una pizzeria di Cordenons nel corso della quale Stefano Val disse che non voleva più saperne della società e non era disposto nemmeno a dividere una modesta quota per pagare la riaffiliazione alla Fitet. Praticamente Stefano in quella occasione si dimise da Presidente lasciando l’incarico a Renato. Renato dunque fu il quinto presidente della San Marco.
Posso dire sperando che i due non si offendano, che né la presidenza di Stefano, né quella di Renato saranno ricordate dai posteri quale fulgido esempio da imitare.
Renato, per quanto mi ricordo , si limitò a tenere accesa una timida fiammella di sopravvivenza e nulla di più, e ben presto iniziò a collaborare con il Duomofolgore.
Però una piccola fiammata ci fu al mio ritorno nel 2001-2002.
I carbonari riemersero momentaneamente dalle catacombe e riuscirono a riorganizzarsi ritrovando uno spazio per mettere due tavoli in un angusto corridoio situato presso la Palestra di Roraigrande e in seguito tornarono anche per un brevissimo periodo alla palestra piccola della Ex Fiera, ma furono da lì nuovamente sfrattati a causa di lavori di straordinaria manutenzione che il Comune organizzò prontamente dopo aver capito che erano tornati.
E alla palestra di Roraigrande, sul campo centrale, si fece anche una serie D alla quale parteciparono, udite, udite: Ennio Bellavitis , il nostro primo presidente che tornava alle gare ufficiali dopo 25 anni in cui era letteralmente sparito salvo qualche allenamento prima dei suoi tornei balneari.
E poi Gianni Toffoli e Stefano Bonetti.
Io ero tornato in quell’anno dal mio eremo e li accompagnai in questa piccola avventura. La squadra non era nemmeno male per una serie D, ma purtroppo aveva la scalogna attaccata e finiva sempre per perdere 5-3 o 5-4.
Nell’ultimo incontro con i Rangers Udine formata da baldi giovincelli ricordo che giocai anch’io e senza allenamento riuscii a fare due punti ma perdemmo ugualmente per 5-3. Stefano Bonetti, che era stato allenato ai suoi esordi nientepopodimeno anche da Dimitri Levenko aveva un colpo di rovescio molto bello, ma purtroppo una mentalità “perdente” che lo faceva quasi sempre naufragare.
Ricordo anche in quell’anno un torneo amatoriale al quale partecipai e molto stranamente vinsi piegando tra gli altri Ennio Bellavitis e Pino Verdichizzi con i quali negli anni 70 perdevo regolarmente.
Stranezze del destino.
Dopo quel campionato di nuovo carbonari.
Alla truppa si era aggiunto nel tempo anche il bolognese dott. Giampiero Girotti che aveva forti amicizie nel nascente Dream Village di Cordenons.
Una specie di paradisiaco polisportivo dove sarebbero coesistite terme, palestre, centri medici ed estetici, ristorante, bar e quanto di più bello al mondo.
Ed effettivamente i contatti con i fondatori di questo mitico centro ci furono e si entrò anche nei dettagli della sala che ci avrebbero dato, che non era proprio male.
Peccato che anche stavolta il rio destino doveva metterci la sua fetida zampa: a un certo punto il dott. Girotti non riuscì a concludere le trattative già avviate e quasi concluse.
Solo parecchio tempo dopo venimmo a sapere che la gestione del Dream Village faceva acqua da tutte le parti e stava per avvicinarsi un gigantesco fallimento che avrebbe condannato alla chiusura questa struttura elefantiaca e costosissima solo poco tempo dopo la sua apertura.
La bella addormentata aspettava il suo principe azzurro, che comparse solo nel 2006 quando il tandem Gigi-Gianni tornò da Settimo e si decise insieme, con l’aiuto di Milo e della San Giorgio, di riunire le forze per provare a ricominciare una nuova avventura…. e qui il passato si fonde nel presente… il resto è storia d’ oggi e penso che ora posso veramente fermarmi qui.
Consentitemi a questo punto qualche osservazione conclusiva.
Ho impiegato parecchio tempo per fare queste 148 puntate.
L’ho fatto volentieri, anche se è stata una faticaccia.
Confesso che mi sono anche un po’ divertito, se no non ci sarei riuscito.
Molti sono i punti vuoti, molte le imprecisioni che sicuramente ho commesso. So di avere molti “fedeli lettori” anche lontano da Pordenone, un po’ curiosi, un po’ lontani protagonisti, forse (spero) avvinti dalla nostra storia.
So anche che qualcuno si può essere risentito nel vedere rievocato il proprio nome per raccontini di ping pong tutto sommato banali e poco importanti.
Pazienza. Il mio intendimento, come ho scritto più volte, non era quello di fare una pedissequa ed impossibile ricostruzione dei fatti, anche se a tratti forse ci sono anche riuscito.
Era quello di dimostrare e far capire cosa è stata dal 1971 a oggi questa società, cosa abbiamo fatto insieme in tutti questi anni, quale lo spirito che ci animava allora come ora. Siamo passati attaverso fenomeni epocali, tra cui l’austerity nel 1973, il terremoto nel 1976, la caduta del muro di Berlino, la venuta dell’euro.
Abbiamo vinto molte battaglie, qualcuna l’abbiamo persa.
Molti sono venuti a giocare con noi tra cui ben sei atleti stranieri, sempre fieri di indossare la nostra maglia, e tutti sempre amici prima che giocatori, a testimonianza del buon clima che abbiamo sempre cercato di avere.
Abbiamo calcato palestre e palasport in tutta Italia, il nostro nome e i nostri giocatori sono stati citati innumerevoli volte sui giornali.
Quest’anno festeggeremo quarant’anni.
Non sono molte le società a Pordenone che si possono vantare di questo traguardo. Dobbiamo essere fieri di tutto questo, questo è il nostro patrimonio, che significa storia, tradizione, identità, orgoglio, vanto.
La testimonianza tangibile è data dal nome e dallo stemma, le nostre bandiere.
Gigi mi dice ogni tanto che sono argomentazioni da “talebano” e forse è vero.
Ma questa è la realtà, e contro la realtà non si può argomentare.
Le persone cambiano, la società resta. Punto.
Un’ altra motivazione che mi ha ispirato in questi anni è quella di lasciare una testimonianza, per incompleta che sia, alle nuove generazioni.
Sperando che ci sia qualcuno disposto a raccogliere il testimone per il momento in cui il sottoscritto e i vecchiacci Gigi, Gianni ecc. decideranno di staccare la spina.
Ora sapete la nostra storia, che parte dal lontano 1971 e non finisce di certo qui…
Sono in debito con voi di un’ultimissima puntata sulla quale sto rimuginando da un po’ e che mi sarà particolarmente difficile.
Mi è venuta la balzana idea di spendere una puntata su quanto successe PRIMA del 1971, ma per questo sarò costretto… ad una preventiva seduta di psicanalisi, non so ancora cosa scriverò, per ora ho solo qualche confusa idea…vedremo…, ma ora ho finito… per cui...
“Stasera mi butto, stasera mi butto, mi butto con te
E faccio di tutto e faccio di tutto per stare con te…
Questa volta non ci sono se, fermi tutti adesso tocca a me…”
E così finiamo tornando al punto da cui eravamo partiti per la nostra saga canoro-pongistica: con Rocky Roberts, sosia di Dennis Brown, il primo straniero della San Marco, anno 1972, un ambiguo marine della Base Nato di Aviano dalla racchetta quasi trapezoidale con la quale sapeva solo attaccare… che si unì alla band nata l’anno precedente con i mitici pionieri Broken Gasp, Fine Life, Brown Girl e Little Wells…
Rocky-Dennis nasce a Miami in Florida nel 1941.
Fa il marinaio (come i Village People) e poi il pugile prima di dedicarsi alla musica soul.
Con la portaerei “Independence” sbarca in Francia dove viene ingaggiato dal gruppo degli Airdales e conosce il suo futuro “amico” Wess che in quel gruppo faceva il bassista. Nel 1964 a Cannes vince un campionato di rock and roll.
Nel 1967 Gianni Boncompagni, in cerca di trasgressione, lo vede in Francia e lo invita in Italia dove gli affida l’interpretazione di “T Bird”, sigla della trasmissione radiofonica Bandiera Gialla, iniziando la rivoluzione musicale sessantottina in Italia.
E poi con “Stasera mi butto” sigla della trasmissione televisiva “Sabato sera” vince il Festivalbar e raggiunge la vetta delle classifiche per molte settimane.
Con quel brano fa anche un film con Franco e Ciccio, Enrico Montesano, Nino Taranto e Lola Falana, altra stella americana di colore.
Altro successo l’anno successivo con “Sono tremendo” , sigla della trasmissione radiofonica “Gran Varietà”.
Partecipa anche a Sanremo ma senza troppa fortuna con i brani “Le belle donne” e “Accidenti”.
In seguito Rocky-Dennis continua ad incidere brani soul e rhthm n’blues ispirandosi al grande Otis Redding, belli ma che non ebbero successo.
Rocky si spegne per un tumore (forse dovuto all’AIDS) il 14 gennaio 2005 .
Di lui ci ricorderemo per sempre gli enormi occhiali da sole, il suo modo elettrico di ballare, la sua irrefrenabile energia, il suo sorriso, la voglia di divertirsi, la sua trasgressione, e naturalmente… la sua fantastica racchetta quasi trapezoidale...
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