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Amarcord - 127^ puntata

Scrivo questa puntata in quel di Lignano Sabbiadoro, approfittando di qualche giorno di ferie e di un nuovo notebook che, insieme ad una minuscola chiavetta, spero possano funzionare per diffondere queste righe.
Lignano è una località balneare che da sempre mi ricorda forti immagini pongistiche, da quando nei primi anni 70 al Minigolf di Via dei Giochi si organizzavano furibondi tornei estivi all'aperto ai quali partecipavano tra gli altri i temibili fratelli udinesi Archidiacono, un forte milanese calvo classificato 3/1, mi pare si chiamasse Visentini, l'onnipresente Mario Agarinis e tanti altri.

E poi il "Trofeo Mansarda" organizzato annualmente proprio in una mansarda da Alberto Tranzocchi con parecchi amici a Lignano Pineta, con tabelloni anche da 36 e più partecipanti dove io vinsi tre edizioni consecutive.

E ad un altro minigolf di Pineta, dove anche qui si organizzarono tornei, uno dei quali fu in notturna e fu vinto da un turista francese con bandana rossa in finale su Alberto Tranzocchi con un tifo da stadio (io non partecipai in quanto fui tenuto all'oscuro fino all'ultimo momento del torneo dal buon Tranzocchi che temeva la mia partecipazione).
Oggi a Lignano vengono svolte svariate manifestazioni nel nuovo impianto situato tra Sabbiadoro e Pineta al posto della ex-colonia.
Sempre a Lignano gli amici di Latisana organizzarono parecchi anni fa un'edizione degli Internazionali d'Italia a cui parteciparono le migliori racchette europee.
Tutto ciò mi fa pensare che tra Lignano ed il ping pong ci sia un legame tutto particolare. Diciamo così, una buona affinità.

Apro ora una parentesi nel nostro racconto, giunto più o meno alla fine del 1993.

Dopo le traversie che vi ho raccontato nelle puntate precedenti che mi condussero in rotta di collisione con la Fitet nazionale, continuai in seguito a coltivare rapporti di amicizia con alcune persone che come me non si sentivano in sintonia con il governo federale.
Tra queste c'era un anziano bolognese di nome Piero Galli, il quale aveva fondato un giornalino di controinformazione pongistica chiamato "Tavolo Verde" ( i tavoli blu erano ancora da venire).

Galli mi chiese di scrivere qualche articolo per il suo giornale.
Era il 1994, e il dibattito a livello nazionale era incentrato sui centri interregionali di specializzazione che la Fitet si apprestava a varare.
Scrissi dunque un articolo per questo giornale.
Lo ho ritrovato, e nonostante i quindici anni di età mi sembra che per molti aspetti sia ancora parecchio attuale, quindi ve lo ripropongo.

Si intitolava così:

TERRE DESOLATE E...CENTRI FEDERALI

" Terre desolate" è il titolo di un romanzo del famoso scrittore americano Stephen King (della serie "la torre nera" ndr).
Nella nostra pongistica realtà le terre desolate sono invece costituite da tutte quelle zone, purtroppo tante e ben sparpagliate per la penisola, dove il tavolo verde e la pallina di celluloide non esistono, almeno ufficialmente.
Dal momento che non mi pare corretto parlare senza avere riferimenti precisi, in questa sede limiterò il discorso al territorio della mia regione, il Friuli Venezia Giulia, anche se non ho dubbi che questo si possa ribaltare pari pari nella maggioranza delle regioni italiane.
Dunque in Friuli Venezia Giulia esiste una realtà storica nel tennistavolo, e questa è costituita da Trieste, città in cui c'è una tradizione consolidata da oltre un cinquantennio che oggi si riflette in una decina di società, nel Comitato Regionale (da sempre con sede a Trieste) e recentemente nel nuovo centro di specializzazione voluto dalla Fitet.
A pochi chilometri da Trieste, sull'altipiano che sovrasta la città, esiste la comunità di idioma sloveno che ha nella validissima Kras la sua massima espressione.
Tutto ciò ha fatto sì che Trieste sia "una delle isole felici del tennistavolo" come recitava un articolo comparso sulla Rivista federale.
Ma il resto della regione come se la passa ?
Ecco una domanda a cui nessun articolista ha saputo o voluto rispondere.

Proviamoci noi con una carrellata: a Udine ci sono i Rangers, società di buone tradizioni ma che svolge da sempre la propria attività prevalentemente in ambito CSI.
Ad un livello inferiore si muovono Cus Udine e Selena.

A Gorizia stessa cosa: la storica Azzurra e poi il vuoto.
La musica non cambia a Pordenone, dove la San Marco cerca di sopravvivere in B2 dopo una bella parabola che la portato fino a due anni di massima serie.
Altre realtà sicuramente encomiabili per impegno e dedizione sono a Grado, Latisana e Fiumicello.
E il resto?
Sono...terre desolate.
E si badi bene che stiamo parlando di oltre il 70% del territorio della regione con vasti ed importanti territori.
Ad esempio a nord Tolmezzo e la vasta Carnia, la pedemontana con Spilimbergo, San Daniele, Fagagna, Maniago, Aviano.
Ad ovest: Sacile, San Vito, Azzano, Casarsa, Cordenons, Prata, Pasiano, Brugnera.
Al centro: Tricesimo, Palmanova, San Giorgio di Nogaro, Cervignano, Palazzolo, Codroipo, Mortegliano.
Ad est: Buttrio, Tarcento, Manzano, Cormons, Monfalcone, Aquileia, Gradisca, Ronchi, Cividale e le sue valli, San Giovanni al Natisone.

E potremmo continuare ancora per un bel po' con i centri più piccoli.
Ad onor del vero non si può dire che in tutti questi importanti e vasti territori la Fitet negli anni non abbia mai fatto la sua comparsa. Per quanto mi ricordo negli anni ci sono state società ad esempio ad Azzano, Sacile e Tarvisio, società che ebbero comunque vita breve, massimo tre-quattro anni e poi sono sparite nel nulla.
Ed eccoci al punto focale della faccenda, con la "solita" domanda che si pone l'ingenuo lettore: "Come mai ?" La mia risposta è la seguente: "Elementare, Watson !"

La realtà, anche se brutta da dire e da sentire (e infatti nessuno la dirà mai in un'assemblea federale) è che nelle terre desolate la Fitet è comparsa nel tempo esercitando l'unico mestiere che da sempre sa fare bene: quello del gabelliere.

Infatti le terre desolate sono sempre state considerate alla stregua di un buon territorio di caccia: vuoi provare ad entrare nella grande famiglia della Fitet? Benissimo! Comincia a pagare l'Affiliazione annua, le tessere atleti e allenatori e i diritti di segreteria.
Vuoi provare a fare un campionato a squadre? Paga subito iscrizione e cauzione! Se non hai il tecnico tesserato? Paghi. Se non comunichi il risultato? Paghi. Spostamenti di campo e orario, variazioni del materiale di gioco? Paghi, e salato. Vuoi far fare un torneo ai ragazzi? Paga iscrizione, tassa-atleta, e se non sei attento, anche la tassa sub judice e quella per la mancanza del documento.
Se poi per disgrazia ti salta in mente di organizzare un torneo (il cui bilancio molto probabilmente finirà in deficit) anche qui devi innanzitutto versare una pingue cauzione. Qualcosa che non va? Attenzione perché piovono sanzioni pecuniarie a catinelle.

Tutti questi oneri sarebbero forse più comprensibili se la Fitet fosse in grado di offrire alle nuove società qualcosa in cambio.
Che ne so, la consulenza di un tecnico, il noleggio gratuito di un tavolo, uno sconto in caso di molti tesserati, o altro. Invece nulla di tutto ciò.
La malcapitata nuova società proverà per un po' a fare del proprio meglio dando fondo alle casse sociali e pagando il gap tecnico di chi inizia: per almeno un paio d'anni sarà buona ultima in ogni campionato, e i suoi ragazzi usciranno regolarmente al primo turno nei vari tornei.
Quando finiranno i soldi e la pazienza, mediamente dopo due o tre anni, la società si scioglierà e .le terre desolate torneranno tali per un altro numero indefinito di anni.

La realtà, per quanto scomoda sia, è che al di là dei discorsi di circostanza buoni solo per una soporifera relazione assembleare, della diffusione del tennistavolo nel territorio non è mai fregato un bel niente a nessuno. E i fatti lo stanno a testimoniare.
In Friuli Venezia Giulia nei primi anni 70 le società affiliate erano oltre una cinquantina contro le quindici di oggi.
Ai tornei di terza categoria i tabelloni che si compilavano erano quelli da 128 e talvolta quelli da 256.
Oggi invece assistiamo ad alcune gare che vengono annullate per mancanza di atleti. Ecco i risultati della frenetica caccia al balzello.

Naturalmente vi sono anche altri motivi che ostacolano lo sviluppo delle nuove società: la mancanza di spazi idonei, la difficoltà nel reperimento di sponsor, l'entusiasmo che dopo un po' si spegne, ed altro. Partendo dal presupposto che le società sono i mattoni indispensabili in ogni disciplina sportiva, ecco che in un contesto difficile ci si aspetterebbe dalla Fitet un ruolo non di gabelliere ma di appoggio e di aiuto, sia da un punto di vista organizzativo, sia anche da un punto di vista economico.

Oggi si fa un gran parlare della rivalutazione dei Comitati Provinciali, come se bastasse un'etichetta con un tocco di bacchetta magica per cambiare le cose. E invece, cari amici, con le chiacchiere non si inventano nè le persone né le risorse. Vogliamo per favore prendere atto che la maggioranza dei Comitati provinciali (quando ci sono) sono composti sempre da quelle stesse persone che già si stanno dannando l'anima nelle proprie società, spesso a fare "il boia e l'impiccato". Cosa si può chiedere di più a costoro, se non cercare di far sopravvivere le proprie società in modo tale da non tornare ad essere terre desolate?

Le Terre desolate sono come il deserto del Sahara, ogni anno avanzano. Per contrappeso invece vi sono le zone fertili dove, guarda caso, continua a piovere sul bagnato. Ed il discorso ci riporta inevitabilmente sui Centri federali di alta specializzazione. Senza entrare nel merito della validità tecnica, mi limito ad osservare che nella quasi totalità dei casi sono state privilegiate quelle zone che erano già più ricche di società, tecnici, dirigenti, e quindi anche più forti finanziariamente. Mentre invece nelle terre desolate, magari anche ricche di potenziali campioni, nessuno si è sognato di investire nemmeno una lira.

Facendo i centri nelle poche ma ricche zone "protette" il Presidente federale e i suoi fidi consiglieri federali si sono assicurati benemerenze e voti in buona quantità, tanto da dormire sonni tranquilli in vista delle future ricorrenze elettive.
E così, secondo voi, in Friuli Venezia Giulia, dove poteva cadere la scelta di fare il Centro? Ma a Trieste, non ci piove! Certo, vista la posizione geografica di Trieste, potevano almeno evitare la sfrontatezza di chiamarlo "centro interregionale"! "


Con quest'ultima considerazione finisce qui l'articolo datato 1994 apparso sul "Tavolo verde" di Piero Galli. Con il senno di poi posso dire che il Centro Federale di Trieste ebbe vita corta e travagliata, e di campioni mi pare che non ne sfornò neanche mezzo. Devo anche dire che negli ultimi anni la Fitet regionale sotto la guida dell'amico Enrico Mascelloni ha sicuramente fatto passi aventi rispetto alle precedenti miopi gestioni dei triestini, ma resta il fatto che le terre desolate del 1994 con qualche rara eccezione (San Vito, Gemona) sono ancor oggi nel 2009 sconsolatamente tali..e nelle terre desolate girano i vagabondi...

"Io vagabondo che son io
Vagabondo che non sono altro
Soldi in tasca non ne ho
Ma lassù mi è rimasto Dio..."

Era il lontanissimo 1961 quando a Reggio Emilia Beppe Carletti e Leonardo Manfredini fondavano il complesso dei "Monelli"; nel 1962 arrivano Gualberto Gelmini e Antonio Campari, e infine nel 1963 la voce di Augusto Daolio.
Nel 1964 inizia ufficialmente l'era dei Nomadi che nel 1965 compongono il primo disco "Giorni tristi". Il primo vero successo però è del 1967 "Come potete giudicar" in pieno periodo beat.
Poi inizia la collaborazione con Guccini che li porterà a fare con lui i famosi "Dio è morto" e "Noi non ci saremo" e altre canzoni più avanti.
Del 1968 è "Ho difeso il mio amore" (cantata anche dai Profeti).
Nel 1969 "Un pugno di sabbia":

"Ti baciava le labbra ed io di rabbia morivo già
Ti baciava le labbra e un pugno di sabbia nei miei occhi c'è."

e si preparano nel 1971 a dedicare alla nascente San Marco "Non dimenticarti di me" e "So che mi perdonerai"; la nascita della San Marco è propiziatoria per il grande successo delle citata "Io vagabondo" del 1972 che fece un milione di copie.
Nel 1973 fecero "Un giorno insieme", "Crescerai" e "Voglio ridere" (incredibilmente questa era la sigla di coda del telequiz Rischiatutto di Mike Bongiorno) e quindi ancora tante altre, più o meno note, fino al tragico 1992, anno in cui prima muore in un incidente stradale il bassista Dante Pergreffi, e quindi Augusto Daolio colpito da un male incurabile a soli 45 anni, la cui voce è stata poi sostituita da quella di Danilo Sacco (a mio avviso molto inferiore rispetto alle sonorità di Augusto).

I Nomadi sono uno dei gruppi italiani più longevi tuttora sulla breccia (ben 55 gli album pubblicati!). La loro musica è sempre stata caratterizzata da un forte impegno sociale che li ha fatti diventare idoli della contestazione giovanile.
In realtà a mio avviso nella loro musica non trovo quasi nulla di veramente dirompente o trasgressivo.
E' comunque una buona band che ha saputo rinnovarsi negli anni. Li ho visti dal vivo almeno un paio di volte, ma non ricordo proprio dove.
Che fosse a Lignano nei pressi di qualche minigolf estivo?...





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