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Amarcord - 116^ puntata

Come abbiamo rivissuto nelle ultime puntate con la fine della stagione 1991-92 era svanita la serie A1 a Pordenone dopo due straordinarie, magnifiche, elettrizzanti stagioni, il cui ricordo è ancora in molti di noi e probabilmente rimarrà per sempre.
La nostra parabola iniziata da una strana serie D disputata nel 1983-84 (Vianello, Pittini, Manfrin, Fratacchioli) si era infranta dopo una C1, una B2, tre B1, una A2 e due A1.
Ma a questo mondo, come giustamente si dice, nulla si crea e nulla si distrugge: tutto si trasforma, la scala si sale ma a un certo punto tocca sempre scendere, salvo risalire successivamente, e questo è sempre stato il nostro destino, dal lontano 1971 ad oggi, una lunga catena di su e giù.
Salire è più bello, scendere meno, ma ora era giunto il nostro momento di scendere dalla giostra, almeno da quella principale.
C'era un' altra tagliola malevola sul nostro cammino oltre alla avvenuta dipartita di Dimitri Levenko. Il nostro principale sponsor ci aveva mandato a dire che il suo contributo era cessato (la multinazionale svedese a cui apparteneva aveva tagliato i fondi per questo genere di cose), e questo ci lasciava praticamente con il culo per terra.
La stagione appena conclusa aveva avuto un bilancio di spese di questo genere: - rimborsi spese ad atleti 28 milioni di vecchie lire (di cui quelli al fu Gionata Poli furono oltre la metà); - partecipazione alla A1 (spostamenti - vitto - alloggi) 10 milioni; - tasse e iscrizioni 1,3 milioni; - materiali 1,4 milioni, - locandine 3 milioni, - Iva e SIAE 1,4 milioni, - Coppa ETTU 1,1 milioni, _ varie 900.000, - palestre 900.000 - interessi e spese bancarie 2,2 milioni.
Totale 50,5 milioni.
Era pertanto evidente che senza aiuti consistenti non si poteva fare non solo la A1 ma nemmeno la A2. La dolorosa ma realistica scelta presa, senza avere alcuna certezza economica fu pertanto di ripartire dalla serie B2 per la prima squadra e dalla D2 per la seconda.
Questo terremoto finanziario non fu indolore.
Il primo a cambiare aria fu Gionata Poli anche perché la sua Fortitudo Bologna era stata promossa in A1, e dunque poteva tornare a casa a disputare ancora la massima serie.
Dopo sette stagioni a Pordenone ci lasciò anche Davide Infantolino, nonostante fosse ormai diventato un vero pordenonese nonostante la parlata triestina; Davide se ne andò a San Donà in A2 a fare compagnia a Luca Urizio.
Ma non era ancora finita: qui cominciò infatti la triste diaspora (consentitemi questa analogia con gli ebrei) dei pordenonesi: infatti sia Gianni che Gigi che Gianni Antonelli decisero di andare a trovare miglior fortuna in altri lidi.
Praticamente dei più forti rimase solo Stefano Val.
Era dunque necessario andare "sul mercato" per allestire comunque una formazione che costasse poco e che potesse rappresentarci degnamente anche a livello di B2 (il palato di tutti era diventato esigente e quindi l'intenzione era quella di resistere almeno sul livello di una B2 sino a quando non si fossero reperiti nuovi sponsor).
La scelta ricadde su due "muli" triestini amici di Davide, Alessandro Cosciani e Paolo Mian, due giovani attaccanti di discreta impostazione e desiderosi di un palcoscenico più importante. Per quanto riguarda il sottoscritto era finita una massacrante stagione di impegno con la Lega di serie A per la quale avevo preso l'impegno di fare la raccolta dei risultati e la trasmissione alle principali 24 testate giornalistiche e televisive nazionali (comprese Gazzetta dello Sport, Rai, Mediaset ecc.) entro la domenica sera.
Nella stagione feci 54 comunicati stampa , inviai 1.430 fax, feci circa 150 ore di lavoro per di più serale o notturno in occasione dei vari turni di Campionato e di Coppe. Fu un duro lavoro di puro "volontariato" senza avere alcun rimborso, salvo la bolletta del telefono-fax che avevo installato nel mio appartamento a Udine. I miei compagni di cammino furono il Presidente della Lega Claudio Eccardi e il direttore della rivista federale il giornalista bolognese Giorgio Di Primio che mi diede spesso consigli e incoraggiamenti.
Certo ci si sarebbe aspettato che una Lega di serie A avesse avuto maggiori risorse da dedicare a un compito così importante, ma così non fu.
Fu un anno di troppi "disguidi": in quella stagione appena conclusa successe che gli incontri rinviati alcune volte fossero superiori agli incontri giocati (addirittura 16 incontri rinviati in un colpo solo per decisione degli staff delle nazionali). Altra cosa: la serietà che spesso mancava.
In serie A femminile una volta è scesa in campo una distinta signora che non era capace nemmeno di eseguire un servizio.
In A1 maschile abbiamo visto il Barcellona Pozzo di Gotto scendere in campo per tutta la stagione con tre n.c. .
Campi gara spesso completamente inadeguati: palestre fatiscenti, senza i più elementari requisiti di distanza, illuminazione, spogliatoi, spazi per il pubblico, ecc.
Il motivo di tutto ciò era che un ristretto numero di società appartenevano alla serie A senza il minimo interesse alla stessa se non per trarne dei vantaggi economici (leggasi contributi per lo più pubblici) per cui non si preoccupavano minimamente della serietà delle manifestazioni, dello spettacolo e degli spettatori ecc. E questo a noi della Lega proprio non andava giù.
Avevamo proposto alla FITET la limitazione alla classifica degli atleti (praticamente in A dovevano poter giocare solo i prima e seconda categoria) e l'abolizione della compravendita dei diritti di partecipazione. Ma la FITET ci bocciò ambedue le richieste.
Ultimo elemento negativo: la frequente litigiosità di tanti personaggi che si muovano nel t.t. nazionale: l'annata fu piena di polemiche fini a sé stesse, il più delle volte per futili motivi e piccole scaramucce da bottega.
Essendo la San Marco retrocessa io potevo tranquillamente ritirarmi per la stagione successiva da questo gravoso compito, ma il futuro doveva riservarmi altri bocconi indigesti...
L'anno orribile 1992 non era ancora terminato...
Più volte mi chiesi in quel disgraziato anno se avevo avuto qualche colpa in tutto ciò che era accaduto... Chissà...

"Che colpa ne ho
Se il cuore è uno zingaro e va
Catene non ha
Il cuore è uno zingaro e va
Finche troverà il prato più verde che c'è
E si fermerà...Chissà !"

Sanremo 1971, indimenticabile canzone vincente cantata da Nada e Nicola Di Bari che testimonia il vagare dei sentimenti sempre in cerca di un traguardo nuovo, il destino della San Marco nata proprio in quell'anno.
Nada Malanima, toscana, detta "il pulcino di Gabbro" inzia a Sanremo nel 1969 a soli 16 anni con "Ma che freddo fa" con The Rokes. Nel 1970 di nuovo a Sanremo con Ron in "Pà diglielo a mà", nel 1971 la citata "il cuore è uno zingaro" ma anche "Tic toc " e "La porti un bacione a Firenze", nel 1973 "Brividi d'amore", quindi una lunga pausa fino al 1978 "Pasticcio universale" e 1982 "Ti stringerò". Ultimo bel successo "Amore disperato" del 1983. Quindi non riesce più a sfondare, anche se ancora si vede ogni tanto e ha fatto un Sanremo anche da poco nel 2007.
Voce caratteristica nasale, look sbarazzino da adolescente, canzoncine spesso così così.
Per quanto ne so non è mai venuta a Pordenone, ma potrei anche sbagliarmi.
Nada non è stata sicuramente un numero uno, ma quel "cuore è uno zingaro" che diede i natali alla San Marco rimarrà una delle più significative pagine della musica leggera italiana...





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