Verso la fine del 1991 si consumò il dramma di Dimitri Levenko.
Come si sapeva Dimitri era entrato in Italia da Kiev (ora Ucraina ma allora ancora URSS) con un visto turistico che era ormai abbondantemente scaduto. Tutti i nostri sforzi per avere il regolare visto "sportivo" furono vani.
Ricordo vari incontri infruttuosi svoltisi in Questura. A un certo punto fu investito del problema il nostro Presidente Sergio Chiarotto, che tra le altre cose era allora il Presidente della Provincia, e ogni volta mi ripeteva che si andava a cozzare contro a un muro. Sembrava a un certo punto che Dimitri fosse un pericoloso malvivente internazionale e che la sua permanenza in Italia fosse un pericolo per le istituzioni.
Nel frattempo Dimitri, ospitato a tempo pieno dalla famiglia di Renato Borin, oltre a giocare in A1 aveva iniziato un magnifico lavoro in palestra e mise in pratica in quei mesi la sua dote più importante, quella di allenatore. Sapendo che era disponibile a tempo pieno un famoso allenatore internazionale l' Ex Fiera in quel periodo si riempì di giovani, e Dimitri fece a tempo in quei mesi ad impostarne alcuni più che discretamente.
Tra di loro mi ricordo due ragazzini, Stefano Bonetti e Marco Roncaglia che facevano anche da riserve nei nostri campionati. Roncaglia da un bel giorno non lo si vide più. Bonetti invece lo rivedremo anche parecchi anni dopo, ma nonostante la buona impostazione datagli da Dimitri non riuscì a sfondare. Mi sembra, ma non vorrei sbagliarmi, che in questa affollata palestra ci fosse anche un certo Andrea , ora nostro web-administrator, che a questo punto se ne ha voglia potrebbe fare un intervento qui di seguito e dirci qualcosa di quella volta se c'era e se si ricorda.
Gli lascio dunque lo spazio, sperando che lo riempia:
(...)
A un certo punto, verso Natale, ricordo che giunse dalla Questura un messaggio preoccupante, praticamente un aut-aut: Dimitri doveva smettere di giocare e tornarsene a casa sua. Se avesse giocato ancora si sarebbe preso il foglio di via ed il rimpatrio obbligatorio. Una bella doccia gelata per tutti. Si pensò anche di farlo giocare lo stesso in modo più o meno anonimo, ma il pericolo per lui e per noi (e anche per la famiglia Borin che lo ospitava) sarebbe stato eccessivo.
E così, all'inizio del 1992 Dimitri, che era già malinconico di suo, piombò nella più cupa disperazione. E in un fredda giornata di gennaio riprese il treno per Kiev per tornarsene malinconicamente a casa. I tentativi per fargli avere un visto continuarono anche dopo, ma purtroppo invano. Anche qualche articolo un po' polemico di denuncia della situazione sui giornali non servì a nulla. La conseguenza fu che il girone di ritorno di A1 si doveva purtroppo giocare senza Dimitri. La prossima puntata inizieremo a bere questo amaro calice...
Cambiando discorso, in quei mesi io fu molto impegnato anche per l'organizzazione della Lega delle società di serie A, della quale ero stato nominato segretario, con il compito principale di raccogliere ogni giornata di campionato e di coppe entro la domenica sera tutti i risultati maschili e femminili e trasmetterli ai principali giornali nazionali, radio e Tv (non essendoci ancora internet il tutto si doveva svolgere con una lunga catena di telefonate e di fax, quindi la cosa fu notevolmente faticosa. Due grossi problemi in quell'anno furono l'enorme quantità di incontri rinviati e gli impianti spesso inadeguati.
A questo proposito vi riporto integralmente un trafiletto che io scrissi in quel periodo nell'ambito di un comunicato diramato dalla Lega a tutte le società di serie A su due temi cruciali: il rinvio di troppi incontri e gli impianti inadeguati:
"Ogni alterazione del calendario ha un impatto estremamente negativo sull'immagine del tennistavolo rispetto agli organi di informazione. Spesso gli impianti non sono disponibili, ma una società militante in serie A dovrebbe avere il "peso" per fare accettare integralmente il proprio calendario dai vari Enti preposti alla concessione degli impianti. Il fenomeno dei rinvii, oltre che togliere contenuto, serietà e continuità al Campionato, è sicuramente deleterio per l'affluenza del pubblico agli incontri, ed in taluni casi potrebbe anche favorire degli illeciti.
Ecco perché la Lega è fortemente contraria ad ogni ipotesi di rinvio. Per quanto riguarda gli impianti le società sono invitate a rileggersi con attenzione il regolamento federale. Da quando giro per i campi di serie A ben poche volte ho trovato i requisiti minimi imposti dalle norme: impianto microfonico con presentazione delle squadre, distanza del pubblico, ingresso a pagamento, locandine ecc.
Non si può pensare di portare la televisione in palestre fatiscenti, cantine o magazzini, con un pubblico costituito da una decina di persone o poco più.
"
Posso dire che in queste sacrosante battaglie la FITET nazionale di Bosi non ci spalleggiò per nulla, e anzi buona parte dei rinvii erano proprio dovuti ad estemporanei impegni delle nazionali che erano sempre considerati prevalenti sull'interesse dei campionati. Per il sottoscritto quella fu una stagione di enorme impegno: la Lega mi assorbì totalmente il poco tempo libero che mi restava...
"E così, e così... io resto qui
A darle i miei pensieri, a darle quel che ieri
Avrei affidato al vento, cercando di raggiungere chi...
Al vento avrebbe detto sì...
E così, girando, girando, con "anche per te", guarda caso canzone contemporanea della San Marco (1971), siamo arrivati a parlare del Lucio nazionale, di cui si sono celebrati da pochi giorni i 10 anni dalla morte.
La storia di Lucio Battisti è molto lunga ma è anche nota ai più, quindi cercherò di essere sintetico, nel limite del possibile.
Nato il 5 marzo 1943 (il giorno dopo Lucio Dalla) nei pressi di Milano, dopo qualche timida presenza con complessini (i Satiri e i Mattatori) nel 1965 incontra il paroliere Giulio Rapetti meglio noto come Mogol con cui inizia una fortunatissima collaborazione.
Nel 1966 il primo disco solista "per una lira" rimasto quasi sconosciuto fino a quando non fu reinterpretato dai Ribelli di Demetrio Stratos e dai Dik Dik.
Nel 1967 il primo successo come autore: si tratta di "29 settembre" interpretato dall'Equipe 84. Nel 1968 canta "Luisa Rossi" e "prigioniero del mondo", ma il primo successo è "balla linda", quarto al cantagiro.
Nel 1969 comincia la rumba dei successi: "un'avventura" portata a Sanremo, "non è Francesca", "acqua azzurra acqua chiara" (prima al cantagiro), "dieci ragazze", "mi ritorni in mente" , "7 e 40"e scrive "questo folle sentimento" per la Formula Tre.
Il 1970 è l'anno di "emozioni", "fiori rosa fiori di pesco" ,"il tempo di morire" ,"Anna" e scrive "insieme" per Mina.
Ma è nel 1971 che Lucio, avendo saputo della nascita della San Marco a Pordenone (che si diceva avesse quattro fenomeni chiamati Fine Life, Broken Gasp, Brown Girl e Little Wells oltre ad un misterioso e ambiguo sosia di Rocky Roberts) , per non sfigurare esprime il meglio di sé: passa dalla etichetta Ricordi alla Numero Uno e partorisce in quel magico anno una sfilza di successi: "pensieri e parole", "la canzone del sole" "eppur mi sono scordato di te" "le tre verità" "anche per te", "dio mio no", "amor mio" (cantata da Mina) "amore caro amore bello" (cantata da Bruno Lauzi) tutti tributi dedicati evidentemente alla nascente società.
Come autore e produttore, oltre a collaborare con PFM e Formula Tre terrà poi a battesimo nuovi talenti quali Mia Martini, Adriano Pappalardo, Eugenio Finardi, Gianna Nannini e altri. Nel 1972 "i giardini d marzo", nel 1973 "il nostro caro angelo" ,"comunque bella", "confusione", "la collina dei ciliegi" e "il mio canto libero", nel 1974 "anima latina",nel 1976 "ancora tu" e quindi inizia fare il divo e si ritira dalle apparizioni in pubblico.
Ancora nel 1977 "amarsi un po'" e "si viaggiare", nel 1978 "una donna per amico"e "nessun dolore" nel 1980 "con il nastro rosa" e "una giornata uggiosa". Gli anni seguenti vedono un inesorabile declino. Nel 1981 litiga con Mogol e poi non fa più niente di buono, tentando impervie vie musicali con canzoni decisamente troppo fredde con gli album "la sposa occidentale" o "cosa succederà alla ragazza" che infatti non ricorda nessuno. L'ultimo fu "Hegel" nel 1994, rimasto praticamente sconosciuto.
Muore dopo una lunga malattia il 9 settembre 1998.
Dal mio punto di vista, come sempre controcorrente, Lucio è stato sicuramente un grande, ma non a tal punto da farne un mito. Canzoni ben confezionate, ritmi accattivanti, parole carine, ma nulla di dirompente e trasgressivo.
Come succedeva per Baglioni, negli anni 70 cantare Battisti ed assomigliare a Battisti era diventata una moda: look apparentemente trasandato con giacchette sdrucite, jeans logori a zampa d'elefante, camicie indiane e strangolino e robe simili. I miei amici che sapevano canticchiare e strimpellare alla chitarra le canzoni di Lucio sulla spiaggia, ad esempio "...motocicletta, dieci HP, tutta cromata, è tua se dici sì..." avevano tutto l'universo femminile alle calcagna. Io invece che non so suonare e sono stonatissimo li guardavo con malcelata invidia.
Ricordo che un mio amico semisconosciuto pongista triestino una volta mi disse verso il 1973 o giù di lì a tal proposito "Scoltime mulo, se ti vol pizigar le mule ricordite che no te devi mai mancar in machina Batisti e Balioni !"...
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