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Amarcord - 104^ puntata

Siamo ancora fermi all’estate del 1991, al punto in cui dovevamo sostituire Luca, e qui venne buono quel numero di telefono che mi aveva lasciato quel ragazzo bolognese che avevo conosciuto qualche mese prima in occasione di un torneo in Slovenia.
Il suo nome era Gionata Poli. Gionata era già stato da me citato molto tempo fa in una vecchia puntata di amarcord dedicata ai nostri amici che non ci sono più.
Infatti purtroppo se ne è andato alcuni anni fa a causa di un incidente stradale di cui non ha mai saputo i dettagli.
Nel 1991 Gionata era già entrato nel giro di quelli che contano nel tennistavolo nazionale. Cresciuto nella Fortitudo Bologna, negli ultimi anni era cresciuto tantissimo (grazie anche – si diceva – ad assidui allenamenti a Senigallia nella tana di Costantini e del suo guru Enzo Pettinelli) tanto da entrare nell’olimpo dei prima categoria e dei papabili alle nazionali.
Pensavo che rimettermi in contatto con lui fosse una cosa complicata, invece non lo fu affatto. Una volta composto quel fatidico numero, sapendo che avrebbe avuto il posto da titolare in A1 e Coppa la risposta di Gionata fu quasi immediatamente positiva; e così Gionata venne pochi giorni dopo a Pordenone con il papà, molto simpatico e alla mano, e in quattro e quattr’otto ci mettemmo d’accordo.
Devo anche ammettere in tutta onestà che dopo il primo anno di A1 era insorta in tutti noi una specie di esaltazione collettiva che andava spesso sopra le righe.
Mi spiego meglio: la San Marco dal punto di vista societario e organizzativo non è mai stata una società professionistica a tutti gli effetti, eppure noi ci comportavamo come se lo fosse.
L’ingaggio di Gionata Poli per me fu in piccolo quello che per Galliani è stato quello di Ronaldinho. E d’ altra parte eravamo, come ormai ben sapete, reduci da una lunga serie di stagioni quasi tutte trionfali, avevamo uno sponsor di alta levatura che ci seguiva, avevamo la stampa che ci riempiva di titoli importanti, l’Ex Fiera sempre piena di gente. In altre parole diciamo che eravamo andati un bel po’ fuori di testa, ma avevamo avuto della valide attenuanti. C’era però un altro ostacolo importante da superare, e così successe che un bel giorno andai a Bologna a parlarne alla sede della Fortitudo, dal momento che Gionata era ancora in categoria giovanile e che quindi per il trasferimento serviva l’assenso della sua società.
A Bologna ritrovai una mia vecchia conoscenza, Franco Andriani, da sempre patron di questa società.
In un altro vecchio amarcord (se per caso qualcuno se lo ricorda) vi avevo narrato che dopo il 1976, quando mi iscrissi all’Università di Bologna, andai per passare il tempo libero a bazzicare da loro (avevano una bella sede in centro, in Via San Felice).
Tra l’altro anche mio papà, che anche lui studiò a Bologna molti anni prima, mi disse che anche lui aveva frequentato quel posto, ricco oltre che di tavoli di ping-pong anche di calcio-balilla (l’antenato del calcetto), biliardi e cose simili. La Fortitudo è una delle più antiche e blasonate società sportive di Bologna, anche se è nota soprattutto per il basket, dove rivaleggia dalla notte dei tempi con la Virtus con incandescenti derby cittadini, molti dei quali io ero andato a vedere in quegli anni al Palasport di Viale Azzarita, ora ribattezzato Paladozza.
Insomma, dopo 15 anni circa rividi Andriani, che si affrettò però a dirmi che loro ci davano magnanimamente il giocatore, ma che in cambio dovevamo versare alla Fortitudo la “simbolica” somma di 1 milione di vecchie lire quale compenso per la sua crescita pongistica.
“Obtorto collo” (che per i non latinisti significa che ci aveva letteralmente preso per il collo) pagai la cifra ed ebbi il nulla osta necessario al tesseramento.

Gionata era sicuramente un forte e promettente giocatore: attaccante, aggressivo, ben impostato, buoni tutti i colpi fondamentali, scoprimmo però più tardi in lui un paio di difetti che non erano di poco conto.
Primo, non era molto mobile, dal momento che era una bella stazza, cresciuto a mortadella e tortellini, e ad alti livelli questa lacuna venne fuori ben presto.
Poi il carattere, estremamente lunatico, che non gli dava quella costanza di rendimento che contraddistingue i giocatori veramente forti.
Ma comunque il dado era tratto (“alea iacta est” visto che oggi andiamo a latino) e il terzetto della San Marco pronto ad iniziare la seconda stagione in A1, nonché il terribile impegno che ci attendeva in Coppa ETTU Nancy Evans con la corazzata tedesca di Grubba e Bohme, era fatto con Dimitri Levenko, Gionata Poli e l’inossidabile Davide Infantolino.

Non mi ricordo come mai se andò dalla squadra oltre a Luca anche Lucio Saltarini, ma mi sembra che non ci siano stati episodi o screzi; probabilmente Lucio aveva giocato poco la stagione precedente e tutto sommato l’aria di alta montagna (quella di A1) non era fatta per lui e se ne era reso conto. Invece, dietro mia pressione, restò con noi il tecnico sloveno Vence Pajnter.
Vence era uomo di grande esperienza e per questo ci faceva comodo. Nonostante fosse molto amico di Luca e anche di Bojan Pavic, accettò tranquillamente di continuare a reggere la panchina anche senza di loro, anche se ovviamente non certo a titolo gratuito.
Ci mancava però una riserva all’altezza della situazione. Fatto sta che questa non si trovò, ma i nostri gloriosi gladiatori autoctoni Stefano, Gigi e Gianni si resero disponibili ad intervenire in caso di necessità (cosa che purtroppo accadde...ma non anticipiamo troppo i tempi...).

Alla memoria di Gionata:

“Insieme a te non ci sto più

Guardo le nuvole lassù

E quando andrò… (ooo) devi sorridermi se puoi

Non sarà facile ma sai

Si muore un po’ per poter vivere…

Arrivederci amore ciao

Le nubi sono già più in là

Finisce qua… (aaa)

Chi se ne va che male fa?”


Era la struggente canzone di Paolo Conte che fu portata al successo nel 1968 dal “casco d’oro” Caterina Caselli, e più recentemente ripresa da Baglioni, a mio parere, una delle più belle canzoni italiane dal dopoguerra ad oggi sia per il testo che per la musica.

La modenese Caterina è una delle più importanti voci del periodo “beat” della musica italiana. Inizia nel 1964 con il festival di Castrocaro, incide il primo singolo (quella volta erano tutti rigorosamente dei 45 giri con il lato A e il lato B): “sciocca” e “ti telefono tutte le sere”. Il successo arriva due anni dopo, nel 1966, e anche qui c’è lo zampino del solito Celentano: Adriano va a Sanremo con la storica “Il ragazzo della Via Gluck” ma scarta la canzone che doveva essere per lui “nessuno mi può giudicare”: Caterina se ne impossessa e fa un successo clamoroso e vende addirittura più dischi di Domenico Modugno che vince il festival con “Dio come ti amo”.
Sempre in quell’anno incide “Perdono” e “E’ la pioggia che va” (già cantata dai The Rokes). Nel 1967 “Sono bugiarda”, nel 1968 “il volto della vita “ e “Il carnevale” oltre a “Insieme a te non ci sto più”, nel 1969 “Il gioco dell’amore” nel 1970 “Re di cuori” e finalmente anche lei nel 1971 dedica alla nascente San Marco “La casa degli angeli”che faceva:

“Il treno va, il cielo va

La vita, il tempo, tutto restano là

Amore mio ricorda sempre

Ricorda sempre, sempre il nome mio”

(si riferiva ovviamente alla San Marco)

Dopo questo momento di esaltazione per Caterina inizia la parabola discendente.
Sposa l’industriale discografico Piero Sugar e fa altre canzoni come “Un sogno tutto mio” ma che non lasciano il segno. Si ritira definitivamente nel 1975 ma continua a tutt’oggi a fare la scopritrice e manager di giovani cantanti, quali i Negramaro, Avion Travel, Geraldina Trovato, i Gazosa e tanti altri. Ma noi la ricorderemo per quel casco biondo di capelli che aveva fatto innamorare tanti ragazzi, me compreso...



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